Da Drenchia a Dolegna Quei comuni rimasti senza cicogne nel 2024
I l record negativo è di Drenchia. L’ultima nascita iscritta all’anagrafe del comune delle alte Valli del Natisone, il più piccolo del Friuli Venezia Giulia con i suoi 89 abitanti, risale al 2015. Quel bambino, peraltro, non abita più a Drenchia, dove i residenti più giovani hanno 14 anni, gli under 40 sono soltanto otto e più di metà della popolazione si colloca nella fascia degli over 65. Difficile invertire la rotta, con numeri come questi, capaci di scoraggiare anche i pochi che rimangono. Se Drenchia è un caso estremo, quello delle culle vuote, nella zona montana, pedemontana e nelle aree interne, è un fenomeno non raro. Nel 2024 sono stati altri otto i Comuni che non hanno visto nascite: si tratta di Dogna, Preone, Savogna e Rigolato in provincia di Udine, Cimolais e le due Tramonti (di sopra e di sotto) in provincia di Pordenone, Dolegna nel Collio isontino.
L’identikit è facile da stilare: si tratta di micro comuni, tutti al di sotto dei 400 abitanti, e collocati nella fascia montana, pedemontana o in aree periferiche come le Valli del Torre o del Natisone. Per diversi di quelli inclusi nell’elenco, sulla base di queste caratteristiche, gli anni che non salutano nuove nascite, più che un’eccezione, sono la regola. Dogna e Savogna contano appena una nascita negli ultimi sei anni e mezzo, quelli compresi tra gennaio 2019 e maggio 2025, Barcis e Stregna soltanto 2, anche Andreis, Tramonti di Sopra e Comeglians viaggiano a una media inferiore a una nascita per anno. Con indici di natalità prossimi allo zero, alcuni di questi centri, dal 2019 a oggi, hanno perso più del 10% dei propri residenti: un fenomeno, questo, che non riguarda soltanto comuni “Lilliput” come gli otto appena citati, ma anche realtà con più di 500 abitanti come Forni di Sotto e Forni Avoltri. Quest’ultima, in particolare, è scesa dai 565 abitanti di fine 2018 agli attuali 499, con un calo del 14%, sorprendente anche alla luce dell’apporto non irrilevante del turismo all’economia del suo territorio. Cali in doppia cifra, nel quinquennio considerato, anche a Comeglians e Forni di Sotto, oltre che nelle già citate Drenchia, Dolegna, Rigolato e Stregna.
Oltre all’andamento naturale della popolazione, caratterizzato da un enorme squilibrio tra decessi e nascite, a penalizzare i comuni piccoli, montani e periferici è anche il fattore migratorio. Se nelle aree urbane e più industrializzate gli arrivi da altre regioni e dall’estero consentono di compensare il saldo naturale, negativo pressoché ovunque, i comuni più in crisi perdono residenti anche per effetto delle migrazioni, pur con qualche eccezione, come quella della pedemontana pordenonese, che mostra una maggiore attrattività rispetto a quella che caratterizza altre aree maggiormente in crisi come le valli del Natisone e del Torre e vaste zone della Carnia o dell’Alto Friuli.
Vero anche che la disponibilità di case vuote e a basso prezzo, la diffusione di modalità di lavoro a distanza e di una maggiore sensibilità nei confronti dei fattori ambientali, anche nella ricerca di una residenza, sono fat tori che potrebbero aiutare le aree montane e periferiche a risalire la china. O quantomeno a rallentare il declino.
Una ventata di ottimismo, ad esempio, arriva dalla piccola Preone: pur non avendo registrato nascite nel 2024 e nei primi mesi del 2025, oggi conta 7 abitanti in più rispetto ai 236 iscritti in anagrafe all’inizio del 2019, grazie anche a ben 14 nascite tra il 2019 e il 2023. Tra i casi virtuosi anche quello di Lusevera: nonostante le nascite dal 2019 a oggi siano state soltanto 10, a fronte di ben 75 decessi, il comune del Tarcentino ha mantenuto una popolazione pressoché stabile grazie all’arrivo di nuovi residenti. Segno che lo spopolamento non è sempre una condanna senza appello. —FMV